Le lacrime di Roger Federer dopo la vittoria agli Australian Open, mi hanno fatto pensare: nello sport succede spesso, ma nella vita normale? Molto meno di una volta. Eppure un pianto aiuta a crescere…ù

Vi è mai successo che una scena vi ispirasse un pensiero diverso e più grande? La premiazione dell’AustralianOpen di tennis con il pianto di Roger Federer mi ha fatto riflettere. Di lacrime nello sport se ne vedono ancora per la sconfitta, che farà sempre parte del gioco, e per la vittoria. Ma nella vita i ragazzi piangono ancora come una volta? E se qualcosa è cambiato, perché è successo?

Da giovane avevo pochi modi per “assorbire” i due di picche presi da una fidanzata, i gesti di bullismo in classe, la consapevolezza di non essere il leader cercato da tutti che avrei voluto essere. Le lacrime sono una metafora, almeno per i maschietti come me che cercavano di trattenerle. Ma nella mia camera, sotto al poster di Gilles Villeneuve, qualche pianto me lo sono fatto anch’io. E c’era sempre un amico un po’ “sfigato” come te, cui confidavi le insicurezze che erano anche un po’ sue. Oggi ai ragazzi cosa resta? A molti solo una vetrina: i social network, nei quali racconti te stesso mettendoci unicamente il meglio che hai da esporre, quasi sempre “aggiungendo” qualcosa. Il risultato è sentirsi perennemente inadeguato: sai quanto è esagerato ciò che hai scritto, però prendi per buono quello che mostrano gli altri, finendo per convincerti che sia l’obiettivo da raggiungere. Ecco perché in quel mondo non sono ammessi errori, sbagli, risultati imperfetti.

Siccome è impossibile che accada, ogni passo falso viene inconsciamente ignorato, perché sarebbe vissuto come un fallimento in un ambito in cui la sconfitta non è più contemplata. Sarà per questo che i ragazzi piangono meno? Ma quando arrivano al punto di rottura non basta l’amico, serve lo psicanalista. Allora viva lo sport, un mondo reale in cui perdere è inevitabile. Anzi, la sconfitta è e dev’essere considerata un passaggio educativo e formativo. E il pianto è accettato. Se lo ricordino i genitori che vanno a litigare con gli allenatori appena il figlio torna a casa in lacrime per aver perso o per non aver giocato. E più ancora i tecnici che invitano ragazzi ingenui a doparsi per evitare le delusioni e arrivare più rapidamente al successo. Lasciamoli piangere i nostri giovani, lasciamoli crescere.

Questo articolo è tratto da SportWeek del 17 febbraio 2018

 

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