Lo studio del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, condotto insieme a ricercatori inglesi e tedeschi, ha confermato sul campo la teoria secondo cui la capacità di mantenere in memoria informazioni di uso quotidiano dipenderebbe dalla velocità di alcune particolari onde cerebrali.

Memorizzare il pin della carta di credito, ricordarsi l’indirizzo di un locale o un nuovo numero di telefono. Sono solo alcune delle tante occasioni in cui ci capita di fare ricorso alla “memoria di lavoro”: la nostra capacità di codificare, mantenere e manipolare una quantità variabile ma limitata di informazioni per un breve periodo di tempo in un ambiente che cambia. Perché però alcune persone sono più abili di altre nel fissare nella mente le informazioni? Come funzionano i meccanismi nervosi alla base di questa nostra abilità? Ed è possibile manipolare questi meccanismi per aiutare chi è più “smemorato”?

Un gruppo di ricerca internazionale guidato da Vincenzo Romei, docente al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, ha trovato la risposta a queste domande: il loro studio, appena pubblicato su PLOS Biology, e condotto insieme a ricercatori inglesi e tedeschi, ha infatti confermato sul campo la teoria secondo cui la capacità di mantenere in memoria informazioni di uso quotidiano dipenderebbe dalla velocità di alcune particolari onde cerebrali. Il nostro sistema nervoso produce ininterrottamente un’attività elettrica ritmica e ripetitiva che può essere visualizzata e registrata: questi impulsi sincronizzati, generati dal lavoro dei neuroni, si muovono con un moto oscillatorio e per questo sono noti come “onde cerebrali”.

Gli studiosi hanno individuato diversi tipi di onde cerebrali, ognuno caratterizzato da una differente frequenza (misurata in hertz), che corrispondono a diverse fasi dell’attività cerebrale: dagli stadi del sonno, a cui corrispondono onde lente (ad esempio le “onde delta”), fino alle tante operazioni che compiamo in stato di veglia, legate a onde più veloci (come le “onde beta”). Per spiegare i meccanismi nervosi alla base della memoria di lavoro, psicologi e neuroscienziati hanno da tempo suggerito un collegamento con una di queste tipologie di onde cerebrali.

L’attività ritmica dei neuroni che codificano le informazioni da memorizzare genera infatti onde che oscillano ad una frequenza tra 4 e 7 hertz, corrispondente a quella tipica delle “onde theta”. Secondo questa influente teoria, più le onde theta sono lente, maggiore è il numero di informazioni che possono essere immagazzinate e mantenute nella memoria di lavoro. Un’ipotesi, questa, supportata

fino ad oggi solo da osservazioni indirette. Per testare in modo più diretto questa teoria, i ricercatori hanno deciso di mimare, attraverso una serie di stimolazioni elettriche, l’attività ritmica dei neuroni che si genera quando cerchiamo di memorizzare un’informazione.

Da Repubblica del 15 Marzo 2018 (senza firma)

 

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