“Aiuta a sopportare il dolore”

Ricerca britannica: le risate in compagnia aumentano la soglia di sopportazione. Per gli scienziati è una questione fisica: lo sforzo fisico ci lascia esausti, innescando il rilascio di endorfine, sostanze analgesiche prodotte dal cervello DI ALESSIA MANFREDI

Una risata fra amici fa sentire meglio, regala una dose di buon umore immediata influendo sullo stato di benessere generale. Più forte è, più è contagiosa: niente di più facile da osservare, basta guardarsi intorno, cominciando dai bambini. Se i benefici del riso e i suoi aspetti terapeutici sono ormai ben documentati 1, capire come ciò accada rimane invece più sfuggente.Ora uno studio britannico suggerisce che ridere di gusto aiuti davvero a sopportare meglio il dolore. E’ una questione puramente fisica, spiegano il professor Robin Dunbar, a capo dell’istituto di antropologia sociale e culturale dell’università di Oxford, e colleghi, su Proceedings of the Royal Society B 2: quando ci coglie un attacco di riso di quelli sguaiati, che fanno quasi star male, lo sforzo fisico ci lascia esausti, innescando il rilascio delle preziose endorfine, sostanze analgesiche prodotte dal cervello che hanno proprietà simili a quelle della morfina e dell’oppio. Vero, osservano gli scienziati, a patto che non ci si limiti ad un timido sorriso, ma si ceda allo “sbellicamento”.

In quest’ultimo caso, spiegano gli scienziati, si producono una serie di esalazioni senza inspirare, meccanismo involontario, limitato all’uomo, che facilita il rilascio degli ormoni del benessere. Il fatto che solo questo tipo di risata “di pancia” scateni la produzione di endorfine è probabilmente il risultato dell’evoluzione, che ha favorito la socializzazione nell’uomo: altre ricerche, ricordano gli scienziati, hanno già dimostrato che si ride molto più spesso – fino a 30 volte di più – in compagnia che non da soli.

A trasformare il buonumore in una medicina basta poco: è sufficiente guardare un programma comico in tv per 15 minuti a fare la differenza, hanno osservato Dunbar e colleghi. Che, in diversi esperimenti, hanno studiato le reazioni di gruppi di volontari cui venivano mostrate clip daFriends o dai Simpson, o spettacoli comici dal vivo, o che invece guardavano materiale neutrale, come programmi naturalistici o di golf.

Il loro livello di tolleranza al dolore è stato misurato prima e dopo, usando diversi stimoli. Col risultato che chi era scoppiato a ridere in compagnia guardando i video comici ha mostrato una tolleranza al dolore di circa dieci volte superiore rispetto agli altri. E gli scienziati hanno escluso che ciò dipendesse da un generale senso di benessere, attribuendolo invece all’atto della risata in sé.

“E’ una novità che si inserisce in un filone di ricerca più ampio, che analizza come alcune modifiche in termini comportamentali riducano la percezione del dolore”, spiega il dottor Alberto Gallace, ricercatore di psicobiologia all’università Milano-Bicocca. “Già sappiamo, ad esempio, che il movimento del corpo riduce la sensibilità al dolore: basta una semplice modifica, come incrociare le braccia, ha dimostrato un recente studio su Pain 3“, spiega.

I ricercatori sottolineano in modo particolare l’aspetto sociale: “Pochissime ricerche sono state dedicate al perché ridiamo e a quale ruolo svolga il riso nella società”, ha spiegato il professor Dunbar, convinto del fatto che “il motivo per cui la risata gioca un ruolo così importante nella nostra vita sia a causa dei legami affettivi e camerateschi che si attivano in seguito al rilascio di endorfine”.

Ridere è un meccanismo precoce di socializzazione e agisce come altre attività di gruppo  –  musica, danza o  ballo – che allo stesso modo creano stati euforici, ugualmente collegabili, secondo alcuni studi, alla produzione di endorfine.

“Ridere fa indubbiamente bene, ma ci sono diverse ipotesi su come ciò accada”, commenta ancora Gallace. “Sono coinvolte diverse aree cerebrali ma come interagiscano fra di loro non è chiaro, siamo ancora a studi embrionali”, chiarisce lo scienziato. “In questo caso”, avverte, “per poter sfruttare i risultati anche a livello clinico, occorrerebbero altre evidenze sperimentali a dimostrazione della tesi dei ricercatori britannici, visto che il dolore è un aspetto molto variabile da persona a persona, ed è difficile misurarlo in modo oggettivo”, conclude.

LA REPUBBLICA 14/09/11
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