Articolo ripreso da : www.thedifferentgroup.com pubblicato in data 05-05-19. Autore non conosciuto

I neuroni specchio sono i motivo per cui riusciamo ad interpretare i gesti e le emozioni degli altri. Scoperti a Parma da Giacomo Rizzolatti, permettono di risolvere alcuni dei misteri del nostro cervello.

Cosa sono i neuroni specchio? Fermiamoci un attimo a riflettere, cosa facciamo noi umani tutto il giorno? Interpretiamo il mondo che ci circonda, soprattutto le persone che vediamo quotidianamente.  Tutto ciò che siamo è il perfetto riassunto della perfetta funzionalità del nostro cervello, composto da milioni di neuroni, le cellule del sistema nervoso, ognuno collegato con quasi 10 000 altri. I neuroni parlano fra loro costantemente attraverso interazioni elettriche e chimiche, riuscendo a sentirsi e a coordinare tutte le nostre azioni, i pensieri, i sentimenti e tante altre funzioni cognitive di cui siamo consci e non.

Quando siamo in una stanza rumorosa, ad esempio, ogni neurone sa benissimo cosa fare: alcuni, chiamati neuroni sensitivi, si occupano di percepire le informazioni provenienti dall’esterno e dall’interno del nostro corpo (per esempio i colori dell’arcobaleno dopo la pioggia o il suono della musica che ascoltiamo in discoteca); altri, i motoneuroni, ci permettono di eseguire azioni o far secernere una ghiandola, (come quando facciamo una corsa o piangiamo vedendo il finale di un film strappalacrime) e per ultimo, gli interneuroni, che si occupano di elaborare una risposta ad un certo stimolo sensoriale. Inoltre esistono dei neuroni che hanno qualcosa in più rispetto ai motoneuroni, sono i neuroni specchio.

I neuroni specchio sono stata una scoperta tutta italiana fatta quasi per caso da Giacomo Rizzolatti e la sua equipe di neuroscienziati a Parma, durante uno studio sulle azioni complesse del macaco. Furono inseriti  degli elettrodi nella regione F5 della corteccia premotoria frontale (un’area deputata alla pianificazione degli atti motori) e si registrarono le scariche dei neuroni motori. Ciò che non ci aspettava (ma che accadde) era che i neuroni motori di quest’area iniziassero a scaricare anche quando i macachi vedevano gli scienziati compiere determinate azioni (come mangiare delle noccioline). Così, dopo circa 20 anni di sperimentazione, Giacomo Rizzolatti e la sua equipe è riuscita a dimostrare l’esistenza dei “neuroni dell’empatia” ovvero, i neuroni specchio. In poche parole, ad un primo impatto, questi neuroni sono quelli che causano uno sbadiglio riflesso nel momento in cui si vede sbadigliare qualcuno o che inducono il neonato a sorridere (lui che non ha ancora sviluppato il concetto di felicità e di espressione della stessa e che, dunque, imita semplicemente i movimenti che vede).

La risposta dei macachi inoltre, variava di intensità sulla base del significato soggettivo che le scimmie davano all’oggetto in questione. In altre parole, le aree contenenti i neuroni specchio si attivavano tanto più quanto l’oggetto (noccioline o gelato) veniva interpretato come ricompensa. Così, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la stimolazione magnetica transcranica (TMS) e l’elettroencefalografia (EEG), è stato trovato anche nell’area F5 e nel lobo parietale inferiore degli uomini un sistema simile di sincronizzazione azione-osservazione. La carrellata di studi successivi a quelli svolti da Rizzolatti hanno infatti dimostrato che, oltre alla programmazione (propria di tutti i neuroni motori) e all’imitazione, i neuroni specchio hanno almeno almeno altre due prerogative: la previsione e l’empatia.

 

Il sistema specchio: tra previsione ed empatia

Prima della scoperta dei neuroni specchio, la capacità che ha un individuo di prevedere e comprendere le azioni e le intenzioni di chi gli sta di fronte, si basava sull’inferenza:  un sofisticato apparato cognitivo nel cervello del primo individuo elabora ciò che vede (come prendere una tazzina piena di caffè, l’informazione sensoriale) e, paragonandola con le sue esperienze passate, gli permette di capire che cosa sta facendo il secondo individuo e perché. Per quanto, tale modo cognitivo di procedere sia fondamentale per interpretare situazioni strane e complesse, Rizzolatti con la scoperta del sistema specchio ha dimostrato che esiste un meccanismo molto più semplice ed immediato per comprendere le azioni dei nostri simili. In poche parole, siccome il primo individuo conosce le conseguenze del suo atto motorio (per esempio di quello dell’afferrare), quando i suoi neuroni specchio che codificano l’afferrare si attivano guardando il secondo individuo che afferra un oggetto, il primo immediatamente comprende che l’altro sta afferrando qualche cosa. Il passaggio all’ empatia è dunque ora abbastanza immediato.

Infatti, i neuroni specchio si attivano, anche quando si riconoscono le emozioni altrui, perché simulano gli stessi movimenti fatti dalla persona osservata (i movimenti mimici facciali) e inviano tali informazioni all’insula, una regione cerebrale interna che serve a vivere alcune sensazioni (come il disgusto), e all’amigdala, centro della paura e della libido ma soprattutto struttura del sistema limbico che permette di codificare le emozioni, aiutandoci ad interpretare lo stato d’animo di chi ci sta di fronte. Pertanto, ci basta guardare la persona che abbiamo difronte, per sapere se è felice o triste, per entrare in empatia con essa.

È importante sottolineare che ci sono altri neuroni che inibiscono le azioni stimolate dai neuroni specchio, altrimenti ci ritroveremmo tutti a piangere quando vediamo una persona piangere o tutti a ridere quando la vediamo ridere. Tale regolazione è alla base dell’empatia poiché permette una simulazione incarnata dell’altro riuscendo nello stesso momento a mantenere una distanza, dandoci la possibilità di rispondere a tale situazione in maniera diversa in base alla persona con cui siamo, alle nostre conoscenze e al coinvolgimento emotivo: se vediamo un amico soffrire faremo di tutto pur di aiutarlo, ma se a soffrire è una persona sconosciuta l’empatia sarà verosimilmente più attenuata.

Dall’empatia alla socialità e le nuove prospettive per il futuro

Tutto ciò non fa altro che avvalorare la tesi secondo cui l’uomo è un animale sociale che per vivere in società ha bisogno di empatia e che il sistema specchio ne è probabilmente la base imprescindibile. Il nostro cervello è un organo estremamente sociale, che ci permette di immedesimarci negli altri e sentire ciò che provano, dandoci la possibilità di affrontare insieme le difficoltà e di condividere  le gioie. Difatti, quando il sistema specchio non funziona in maniera adeguata si incorre nell’autismo, patologia caratterizzata soprattutto da difficoltà più o meno importanti nel relazionarsi con gli altri e dalla mancanza di empatia.

 

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