La capacità di entrare in sintonia col malato fa la differenza: i pazienti seguono meglio le terapie e hanno meno ricadute

MILANO – Un vecchio adagio popolare recita che «il medico pietoso fa la piaga gangrenosa». È quindi necessario essere decisi nell’estirpare il male, anche a costo di far soffrire un po’. Giusto. E, per estensione, giusto e saggio è anche scegliere un medico bravo anche se antipatico, rispetto a uno meno bravo ma simpatico, o, meglio, empatico, cioè capace di capire il malato e di stabilire un rapporto con lui. Eppure non di rado accade il contrario. Molti preferiscono affidarsi a un curante che si prenda, appunto, cura di loro anche con le parole, i gesti, la disponibilità ad ascoltare, pur sapendo che altrove, magari a poca distanza, c’è un professionista indicato da tutti come più aggiornato o più esperto, ma brusco nei modi, freddo, distaccato. Non può e non deve sorprendere.

FIDUCIA – In quanti ricordiamo certi dottori che quando arrivavano in casa per una visita domiciliare erano capaci di far sentire il malato già sulla via della guarigione con la loro sola presenza rassicurante? Nostalgia della medicina paternalistica? No. Scivolosa concessione all’irrazionalità? Neppure, visto che un recente studio italiano su 21mila diabetici ha rivelato che quelli che avevano un medico empatico hanno seguito meglio le terapie e sono stati ricoverati ben tre volte meno in ospedale per complicanze legate alla loro malattia. Il motivo è che questi malati, secondo lo studio, hanno aderito meglio alle prescrizioni perché sono state spiegate loro con chiarezza e pazienza, e da qualcuno che aveva ottenuto la loro fiducia.

SINTONIA – E l’empatia dei medici non è stata valutata con approssimazione, ma attraverso un questionario specifico e “validato” sottoposto ai loro assistiti. Preparazione, esperienza ed aggiornamento devono rimanere – questo deve essere ben chiaro – le prime qualità da ricercare in professionisti nelle mani dei quali si mette la propria salute, tuttavia, in un periodo in cui la medicina viene sempre più percepita, dagli stessi medici, come fin troppo informata da algidi algoritmi, tecnologia e obblighi amministrativi, l’importanza di stabilire una sintonia emotiva con i pazienti forse dovrebbe essere riscoperta e valorizzata, anche per rivendicare alla professione medica la sua titolarità di «arte».

Luigi Ripamonti  CORRIERE DELLA SERA 17/10/12
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